Insegnare sul sostegno logora chi non lo ama

Leggo sul sito di Orizzonte Scuola un articolo dedicato allo stress che vivono oggi gli insegnanti di ogni ordine e grado soprattutto quelli di sostegno, nella nostra oramai derelitta scuola. Chi scrive al quotidiano on-line, è un ‘insegnante abilitata alla scuola primaria, ma che quest’anno ha avuto l’incarico sul sostegno con un bambino autistico grave.

Premessa

Ho conseguito la laurea in Scienze dell’Educazione con molti sacrifici. Ho avuto un percorso abbastanza travagliato e spezzettato (non per mia volontà), ma non ho mai mollato perché ho sempre creduto fino in fondo in quello che facevo. Ho scelto il percorso di educatore professionale, scartando a priori l’insegnamento poiché mi immaginavo sul campo a salvare giovani e bambini dalle insidie sociali. Dopo la laurea invece, ho dovuto fare i conti con una realtà molto più complessa di quella del superamento degli esami e cioè inserirmi nel mondo del lavoro. E’ stata un’impresa ardua, molto di più di quanto immaginassi e vi spiego il perché. Prima di tutto ho dovuto individuare  dove mi avrebbe portato i mio percorso di studi. In un secondo momento a cosa sarebbe servito il titolo che tanto avevo desiderato raggiungere e non ultimo come avrei speso le mie competenze se mai ne avessi avute. Beh, inutile dire che è stato terribile scoprire che sono un ibrido tra educatrice, pedagogista e docente di filosofia e scienze umane. Che confusione mi sono detta, ma quante opportunità da spendere con tutte queste specificità. Nel frattempo ho visto muovere i primi passi per il riconoscimento e tutela delle  figure professionali di educatore socio -pedagogico e di pedagogista con la Legge Iori. Ho creduto che la Legge sarebbe stata rispettata, ma le cose non sono cambiate e si fa ancora tanta confusione quando si conferiscono incarichi a persone che sono completamente a digiuno di certi argomenti.  Tralasciando i particolari della questione burocratica, veniamo al punto di questo articolo dove mi sono imbattuta, che mi offre un ricco spunto per dire finalmente la mia sulla questione.  Oramai da due anni sono inserita nella scuola come tutor privato di sostegno (lavoro alternandomi con gli psicologi che non dovrebbero avere il mio ruolo), ma questa è un’altra storia.  Le mie competenze nella scuola italiana, che avrebbe bisogno di figure più specifiche per rispondere alla complessità attuale, non sono tenute in debita considerazione. Non sono abilitata al sostegno, ma come tante persone sulla faccia della terra, faccio sostegno. Almeno non sono priva di teoria, conosco la differenza tra un DSA (disturbo specifico dell’apprendimento), da un BES (bisogni educativi special), quali sono i disturbi del neurosviluppo e la didattica speciale per citare qualche esempio, ma potrei continuare all’infinito. Questa situazione è di per sé motivo di stress, ma non per questo mi deprimo anzi, leggo, mi formo continuamente, mi tengo aggiornata costantemente e aspetto desiderosamente il concorso per abilitarmi al sostegno, anche se voci ministeriali mi escluderebbero perché non ho tutte le carte in regola. Per partecipare bisogna già  essere abilitati non importa in quale materia. A questo punto, lascio a voi  le conclusioni.

La lettera in questione

La lettera in questione è rivolta allo specialista della rivista dedicata alla scuola e, mi pare una beffa, ma bella grossa, per chi il lavoro dell’insegnante di sostegno lo sa fare bene. Veniamo al nocciolo dell’argomento che è veramente interessante e mette in luce un sistema scolastico, che fa acqua da tutte le parti. La nostra istruzione dovrebbe essere riformata ex novo, non è più in grado di rispondere in modo efficace ai problemi che la sovrastano. La domanda della maestra è puramente tecnica, la sua preoccupazione è quella di sapere quali sono i suoi diritti per salvaguardare la sua salute mentale e fisica, si sente inadeguata nel ruolo del sostegno e spesso ha crisi di pianto con conseguente demoralizzazione. Attualmente, (così scrive), è in malattia perché ha consultato uno psichiatra che le ha dato delle medicine per tirarla un po’ su. A lavoro ha detto che sta facendo degli accertamenti per prendere tempo e decidere sul da farsi e per questo chiede consiglio. Lo specialista di contro, ha risposto (secondo lui in modo “feroce”) di cercare 1000 altre possibilità con l’insegnamento più confacenti alle sue caratteristiche poiché quella del sostegno non sembra faccia per lei. Per di più, viene suggerito di parlare con il dirigente per farsi assegnare casi meno gravi. Dal profondo del cuore mi viene spontanea una domanda: nessuno ha pensato al diritto del bambino autistico grave? Nessuno si è passato la mano per la coscienza nell’ammettere che abbiamo bisogno di persone preparate, qualificate e specializzate? Non ci si può improvvisare insegnati di sostegno né incaricare persone solo perché abilitate, ma in un’altra disciplina. La scuola ha ancora bisogno di persone che facciano questo lavoro per vocazione e non solo per il punteggio e assicurarsi il ruolo.  I bambini speciali necessitano di personale in grado di offrirgli delle possibilità di apprendimento e socializzazione, di “persone” che sappiano portare fuori quello che è nascosto, che non si vede che è fatto di momenti difficili, di situazioni spesso ingestibili, ma anche di tanti piccoli traguardi, di  momenti di tenerezza e di dolcezza. Bisognerebbe dire con sincerità e verità assoluta che fare l’insegnante di sostegno anche quando sei abilitato, richiede qualità umane che ti mettano in condizione di ascoltare e accogliere l’altro. Fare l’insegnante di sostegno è faticoso fisicamente e mentalmente, ma ti apre un mondo di conoscenze e di realtà che nemmeno immaginiamo. Il docente di sostegno si impegna con tutto se stesso a sostenere la famiglia, in un percorso difficile e fatto  solo di salite, dialoga con la società e crea reti di sostegno per non crollare e perdere la sua battaglia di integrazione per il suo alunno. La mia esperienza personale mi ha cambiata in meglio. Anche io torno a casa stanca, distrutta e qualche volta sconfitta, ma traggo forza e coraggio da chi non ha le mie possibilità e si affida a me, alla mia competenza ed esperienza, ma anche alla mia pazienza e di quella credetemi ce ne vuole tanta.  Pertanto cara collega, mi dispiace che lei stia male e si senta inadeguata, ma al di là di tutto, abbia l’onestà intellettuale di pensare al bene del suo alunno e di pretendere che in futuro la scuola riconosca la meritocrazia e sia veramente una scuola giusta ed inclusiva partendo dalla scelta degli insegnanti. In quanto alla sua professione le auguro di trovare ciò che desidera, ma con un po’ di cuore…

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About Natascia Caccavale

Volli, sempre volli, fortissimamente volli. Questa è la massima a cui mi ispiro ogni giorno per trovare la giusta grinta ed affrontare la complessità della vita. Sono convinta che la volontà muova il mondo e solo attraverso essa possiamo tentare di renderci felici. Pedagogista, giornalista e scrutatrice dell'animo umano, amo vivere la vita con entusiasmo e positività. Puoi scrivermi a [email protected]

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